Manuale di Sopravvivenza per Ewoks

Un Vademecum di tutte quelle risposte insignificanti per chi le ha pronunciate, ma che da quel momento in poi non permetteranno più di percepire uno spazio come sicuro. Quel momento lì nel quale una minoranza non rappresentata passa dal sentirsi nella propria tana, ad essere Ellen Ripley in Aliens. Che è sempre in una tana, e vuoi mettere essere Ellen Ripley, mica Paolo Bonolis, ma è piena di OSSANTAMISERIA.

Prefazione. A chi è rivolto?

Alle lettere meno rappresentate della sigla LGBTIQA+, alle persone non-binary, non neurotipiche, POC, Disabled, e ogni altra minoranza non rappresentata che ricopre tanto nella società quanto nelle realtà del diritto un ruolo di cura:

  • Svolgono il lavoro laddove c’è carenza di esperienza, vengono espost* in prima linea con tutti i rischi annessi e connessi, e col solo scopo di diffondere la loro esperienza di vita.
  • Non vengono inserit* nei luoghi di potere, se vengono inserit* nei luoghi di potere la loro presenza viene concessa ma in quota singola e senza altri pari che possano rare e testimoniare esperienze di abuso.
  • La loro presenza, sebbene in chiave minoritaria e pilotata, legittima inoltre l’operato della realtà di turno che può così vantare di avere Diversity Staff pur mantenendo le redini dell’intera operazione.

Avere a che fare con le oppressioni comporta un problema: sono scatole cinesi. Puoi decidere di occuparti solo di certi, specifici gruppi oppressi; di specifici settori dell’empowerment e della violenza; di uno solo, persino. Puoi decidere di occuparti solo di omofobia, o di femminismo, e magari te ne occupi perché fai parte della comunità anche te. Tuttavia, prima o poi ti capiteranno persone che appartengono sia a quel gruppo discriminato che ad altri. Per dirla meglio, le possibilità corrispondono al 100%. Ad esempio, potresti essere donna, e lesbica. Ma prima o poi, ti capiterà una persona lesbica e transgender, o lesbica e migrante, o lesbica e disabile, o lesbica e transgender e migrante e disabile. E le possibilità che te appartenga a tutti questi gruppi, e che abbia vissuto tutte queste esperienze, potendone riconoscere sistemicamente le dinamiche di oppressione, diciamolo: sono vicine al 100% solo se ci togliamo l’uno.

E’ un disagio particolarmente evidente nella popolazione bianca che parla di altre etnie, o della popolazione cisgender che parla di persone non binary e transgender (molti attivisti non sanno neppure che vi sia differenza tra queste due definizioni), ma vale anche per le disabilità o i credi religiosi, ed è facilmente dimostrabile: nonostante la presenza sul territorio, quante minoranze non rappresentate incontrate nelle vostre associazioni? Quante volte avete lavorato nel reach out e sulle pratiche di accoglienza? Il risultato, è che per le minoranze meno rappresentate, entrare in un cosiddetto spazio sicuro è un atto di spavalderia. Significa osservare un gatto in autostrada: per il momento non è successo succede nulla, e non sapete quando commetterà qualcosa di stupido, ma sapete che prima o poi causerà un disastro e senza minimamente volerlo. Ora, fate conto che il gatto sia l’attivista coi diritti più significativi, e quindi con più pari in sala a difenderne le posizioni, e avrete un’idea della situazione.

“Come sarebbe a dire, privilegiato? Guarda che anch’io ho un mucchio di problemi!” Sì, ma quella si chiama condizione umana ed è uno schifo per tutti.

Come se non bastasse, se fai attivismo e sai di appartenere a un gruppo oppresso, soprattutto se ci lavori da anni, le possibilità che anche tu abbia sviluppato forme di entitlement sono altissime. Anche solo perché l’hai fatto per anni, spesso senza rimborsi, spesso circondata solo da tuoi pari o quasi: quel senso di essere dalla parte del giusto perché fai parte dei buoni, sentirsi legittimati a sentenziare per ruolo: “Ho lavorato tanti anni nel settore”, ergo che ho commesso una discriminazione, “io non lo ritengo possibile”. Ma nel diritto, l’intenzione sta a zero. Quello che conta, è l’impatto sul territorio. E se hai procurato un danno a un gruppo o anche a un solo appartenente a un gruppo oppresso, non sei mica te che non fai parte di quel gruppo a deciderlo. Sì, anche se fai parte di un altro gruppo oppresso.

E se ferisci, ma non riesci a comprendere come la ferita sia originata da discriminazione sistemica, allora la ragione dev’essere un problema personale, un sommerso, attribuito all’appartenenza o a un trauma. Il caro vecchio stereotipo della donna che in quanto tale è potenzialmente isterica, ribrandizzato (mai sentito parlare della tipica aggressività delle donne latine, o delle donne transgender?). O come se si nascesse vittime di trauma: “Dev’essere un tema delicato, per te.” Ma non è un tema delicato. E’ un tema politico. E siamo proprio noi, il trauma. Ed è un problema: ridurre qualcun* a creatura carina e coccolosa, da chiamare alla bisogna e con necessità di supervisione, si chiama infantilizzazione. E la supervisione è necessaria per difendervi, a vostro beneficio, sia chiaro. Guardatevi sempre da chi ripete di volervi proteggere: è un gesto che vi priva della vostra agency, della capacità di intendere e di volere. Anche questo un fenomeno ampiamente studiato, ma spesso riconosciuto solo se applicato dagli uomini su noi donne.

Insomma molti spazi sono definiti sicuri, ma la verità è che per alcune soggettività nessuno spazio lo è veramente.

Come se non bastasse, le minoranze meno rappresentate sono destinate a svolgere il grosso del lavoro: c’è bisogno di esperienza diretta, e quindi vengono convocate. Ma rimpiazzate al primo problema, e mai inserite nell’organizzativo. Come prima dei sindacati. O come gli Umpa Lumpa, tornando a Willy Wonka: quindi, le minoranze non rappresentate sono gli Umpa Lumpa. Eppure, a pensarci bene, una differenza con Willy Wonka c’è: nella fabbrica di cioccolato c’è il cioccolato. Il cioccolato è buono. La dominanza bianca cis non è buona. Inoltre, le realtà del diritto combattono una guerra giusta, che ci legittima, Ci sbrodola, ci riversa di entitlement. Noi. Siamo. Ribelli. Come in Star Wars. Che fico, essere i ribelli.

E indovinate un po’ chi mette fine ai piani dell’impero, ma nessuno ne parla? Gli Ewok, ecco chi. Che lo desiderino o meno sono piazzati al centro della guerra, vengono sfruttati perché sono gli unici a conoscere il territorio, fanno tutto il lavoro, non ricoprono alcuna posizione di potere nella ribellione, e nonostante questo vengono costantemente infantilizzati come teneri e buffi. Inoltre ne sono morti a pacchi ma ne vediamo morire uno solo, drammatizzandone la morte, e commemorandoli in una scenetta a margine. Ecco, le minoranze non rappresentate sono gli ewok. E così che chiamerò le minoranze non rappresentate d’ora in poi. Il ruolo di cura, di chi difende i deboli. Insomma il ruolo di cura, del ruolo di cura.

Per semplicità, chiamerò le realtà del diritto a dominanza bianca cisgender neurotipica cittadina italiana La Ribellione. La tentazione è grande: sono riuscita a infilare quattro diversi film in uno stesso esempio, potrei fare di più. E invece no. Not Today. Coincidentalmente, è la stessa cosa che dovrete dire ogni volta che sentirete una delle frasi raccolte.

Da notare che queste posizioni possono essere prese con forza da personalità accreditate, spesso dotate di carisma, prestigio, o che stimate persino.

Lo stesso accadeva con i filosofi e i sociologi dell’era coloniale, cioè quasi tutte le menti ancora oggi rispettatissime che ci hanno accompagnato fino agli anni ’50, poiché la cultura vigente è trasversale: le discriminazioni sistemiche vengono apprese informalmente fin dalla nascita e ci appaiono quindi del tutto normali, poiché riconoscibili solo quando attraversate sulla propria pelle e, se siamo disposti a svestirci dei privilegi, attraverso l’ascolto delle narrazioni.

L’ancora oggi rispettatissimo Nietzsche, in un capitolo surreale di Al di là del Bene e del Male, dice della donna che: “Essa non vuole verità: che importa la verità alla donna! Nulla, da che mondo è mondo, è più della verità estraneo, ripugnante, ostile alla donna — la sua grande arte è la menzogna, la massima delle sue faccende è l’apparenza e la bellezza.”

E’ una delle frasi più gentili del capitolo, interamente dedicato alle donne. Ritiene che serviamo solo a divertire gli uomini, un poco come gli artisti per Giuseppe Conte, e che mai dovremmo parlare di noi o ricoprire ruoli di potere. Ricordo che Nietzsche non era una donna. Kill your idols. Nessuna icona è al di sopra del commentario politico.

Cosa posso fare?

Se incontrate anche una sola delle affermazioni che seguono, e passa inosservata, ricordate: avete tre possibilità, e tre soltanto.

  • Scappare a gambe levate, meglio se con protesi in lega superleggera. Fate sgommare le rotelle, se ne avete. Avete a che fare con un luogo tossico che produce discriminazione sistemica.
  • Indossare la vostra armatura, e ribattere. Potrebbe venirne qualcosa di buono: è stata chiaramente l’ispirazione di Cervantes per il Don Chisciotte. Proprio Don Chisciotte, quello lì, il cavaliere che combatteva contro mostri che nessun altro vede, anzi mostri che per tutti sono la normalità, tanto da farlo passare per pazzo. Se ribattete, è consigliato avere con voi Sancho Panza: no, non parlo di un ometto grasso e buffo. E’ fat shaming e riduzione delle differenze a diversivo comico inappetibile per un romance e una performance da protagonista. Il Sancho Panza di cui parlo io è un fedele scudiero, eroico, fiero di sé e pronto a sostenervi quando nessun altro lo farà.
  • Non rimanere sol*. Se non sentite di poter affrontare la situazione, cercate attivisti formati che vi accompagnino nel confronto così che non possano farvi gaslighting, ovvero farvi credere che il problema sia tutto nella vostra testa. Concedere che venga messa in discussione la vostra realtà è destabilizzante, apre le porte per la manipolazione e la colpevolizzazione della vittima: una vera e propria riscrittura del vostro modo di vedere il mondo a vantaggio dell’oppressore, ed uscirne può richiedere mesi o addirittura anni di lavoro. Se non avete una Sancho Panza, all’occorrenza chiamatemi. Vi sosterrò con orgoglio e senza tariffe.

Non sei in uno spazio sicuro se… *

“Non ci sono Ewok nella nostra ribellione perché non ci sono abbastanza Ewok in giro.”

Quando fai notare che, in quella ribellione, di Ewok neanche l’ombra.

“Non ci sono Ewok nella nostra ribellione perché la popolazione Ewok ha interessi diversi.”

Per gli amanti della diversità, quella che ce n’è così tanta che gli Ewok sono troppo diversi.

“Non ci sono Ewok nella nostra ribellione perché sono loro che non entrano nella nostra ribellione. Se ci entrassero, scoprirebbero che è bella.”

Chiaro, è tautologico.

“Anche per noi è difficile.”

Degno erede del #NotAllMen. Se detto da una donna Ribelle ad una donna Ewok si aggiunge un Moltiplicatore Facepalm x4 e scatta il MultiFacepalm, come nei flipper.

“Così facciamo una guerra tra poveri.”

Quando fai notare una discriminazione in una minoranza non rappresentata, perpetrata da Ribelli che sono tuoi pari però non sono Ewok. Come nel resto della vita, l’importante è che i poveri siano gli altri.

“Lo capisco, per te dev’essere un argomento difficile/un tema sensibile.”

Dopo che un Ewok, non un* Ribelle, si scusa per aver espresso un problema con durezza. Non è un argomento difficile. E’ un problema politico. Tu lo stai rendendo un argomento difficile. Reminder: I diritti si esigono. Non scusatevi per aver tirato fuori il coraggio di denunciare un abuso, soprattutto se in un contesto privo di Ewok che possano sostenervi.

“Non è che non invito mai Ewok, è che non mi interesso di Ewok/non conosco Ewok.”

Quando viene giustificata l’assenza di Ewok tra gli speaker o nel proprio organizzativo, ma sono ribelli che non hanno mai dedicato risorse al reach out. Accomunabile a ‘che me ne frega a me, tanto io c’ho il diesel.’

“Mica possiamo pensare a tutto / Ho troppe cose a cui pensare”

Quando fai notare una discriminazione o pratiche escludenti che si sarebbero potute evitare se nell’organizzativo ci fosse stato un Ewok. Solitamente, l’organizzativo è blindato e non c’è mai neanche un ewok né tentativi di reach out: vengono scelti solo rappresentanti ribelli, bianchi e cisgender. Ci si trovano meglio: già Chewbecca è un’eccezione. Ci sono buone possibilità che l’ambiente sia Ewok escludente a causa di interiorizzazioni, perché ‘non sanno come comportarsi’ in presenza di Ewok e quindi non ne scelgono, o per priorità data a un membro escludente (come con Lasseter in Pixar: non ci potevano stare donne nelle riunioni perché lui non sapeva come comportarsi: sì, accade anche negli spazi nel diritto e con ogni genere di Ewok).

“Facciamo quello che possiamo, non siamo professionist*”

Quando un ribelle parla di Ewok e fai notare una discriminazione inequivocabile. Però poi inseriscono le esperienze nel CV e le sciorinano per ottenere fondi e finanziamenti. Nell'attivismo non contano le buone intenzioni, ma l'impatto sulle comunità coinvolte. Altrimenti è protagonismo, o un certo film: "Non sono professionisti, sono presi dalla strada."

“Per risponderti sto togliendo tempo a [attività importante a caso di cui non potevi essere a conoscenza]”

Detto da ribelli con cui parlate in modo assolutamente sporadico, a stretto contatto con il quartier generale, e solo dopo averli informati che si tratta di una missiva che ritenente di una certa importanza. Sanno che è una roba seria, o non li avreste contattati pesando ogni parola. Serve ad affermare sin dall’inizio della conversazione uno status più alto, uno squilibrio di potere generato dal senso di colpa nell’interlocutore dal quale si sospetta una critica al proprio operato. Da notare che si tratta sempre di attività delle quali non potevate essere al corrente, comunicate sempre con atteggiamento di rimprovero.

“Non lo ritengo possibile.”

E invece. Dopo aver denunciato una discriminazione o una pratica escludente. Banalissimo entitlement, oppure siete a che fare con una creatura onniscente.

“Vai ad una riunione e parlane te.”

In seguito ad una denuncia di pratiche escludenti o di discriminazione confidata ad un alleato ribelle, uno di quelli di cui tutti si fidano: uno di quelli sopravvissuti all’assalto sulla Morte Nera, di più, quello che si è studiato i piani e ha progettato l’assalto. Come dire: “Sappi che io non ti sosterrò, che sarai da sola, e che i ribelli sono sì scalcagnati ma io li conosco bene e sono tanti.” Dinamica da branco. Obbliga l’Ewok all’autoesclusione o ad esporsi, incremendentando i rischi di salute e di violenza.

“Bisogna prima salvare Tatooine, poi possiamo parlarne.”

Benaltrismo camuffato da strategia politica. L’inclusione è un diritto fondamentale e non può essere condizionata da altre cause: non si deve passare per un rito iniziatico o verrete addomesticati alle cosiddette Respectability Policies. Fondamentalmente viene escluso un gruppo dalla partecipazione nel nome del bene comune, insomma attraverso una giustificazione morale e di forza maggiore: proprio come nella politica cerchiobottista, è un modo per non scontentare i ribelli escludenti del proprio collettivo. Il problema non siete voi, ma che ci siano dei ribelli escludenti e che non si voglia scontentarli. L’azione ce la possiamo permettere solo perché non apparteniamo al gruppo che stiamo escludendo, o ci auto-escluderemmo dalla partecipazione e non ci sembrerebbe più tanto ragionevole. Se ti permetti di silenziare delle voci per appartenenza perché tanto non è la tua (o non saresti lì), il tuo è uno spazio escludente e classista.

* Ma è un campo minato! Come se ne esce? Negli spazi veramente sicuri, semplicemente, ci si scusa per il danno arrecato (per averlo arrecato, non “se ti ho” o “se hai sentito che”), si chiede come fare perché non si ripeta, e si attuano delle strategie inclusive - coinvolgendo l’Ewok interessato, ovviamente.